Dopo gli scontri di Roma, in molti si sono chiesti chi fossero quei ragazzi. E i loro genitori?
Casco, fazzoletto, tuta e un paio di pantaloni neri. Per trasformarsi in black bloc basta poco. Aderire a queste frange estremiste e violente, capaci di rovinare qualsiasi manifestazione, è semplice: su internet circoli e appuntamenti dei gruppi cosidetti dissidenti sono facili da trovare. A Roma i centri sociali e anarchici sono ben individuati in una rete di siti, proclami e contatti attraverso cui avvicinarsi a quanti coordinano puntualmente gli scontri.
Secondo alcuni, però, la categoria "black bloc" sarebbe puramente giornalistica, creata ad uso e consumo dei media. I diretti interessati - di contro - la alimentano ad ogni occasione, presentandosi alle manifestazioni "comandate", bardati e pronti alla guerriglia. Nascosti dietro un frasario politico-ideologico di cui spesso non conoscono gran che, utile a giustificare il sanpietrino divelto e la sassaiola contro le forze dell'ordine, i "black bloc" hanno l'unico fine di distruggere banche, negozi, automobili nascosti dietro caschi e sciarpe. Precariato, debito pubblico ed economia c'entrano poco.
Di certo c'è che questa categoria di manifestanti - i black bloc - inquadrano una frangia di ragazzi che si riconoscono nella logica spicciola della violenza, laddove questa diventa espressione di un odio carismatico ed egotico verso le istituzioni, la politica e il sistema Paese, avvertito come immobile e incapace di soddisfare il bisogno di realizzazione dei ragazzi. Non si pongono domande né interrogativi. E soprattutto i black bloc non propongono soluzioni: il sistema è marcio dall'interno e il tavolo va rovesciato. Un pensiero elementare, ben lontano dall'impegno sociale.
Dopo il loro passaggio, a terra restano le motivazioni ormai compromesse delle manifestazioni in cui i suddetti hanno fatto irruzione e - soprattutto - il vuoto pneumatico di una società sempre più incapace di avvicinarsi ai giovani. La soluzione, però, non sta certo nell'incendio di automobili, cassonetti e appartamenti (come è accaduto a Roma lo scorso 15 ottobre): roba da "figli di papà" annoiati (e incappucciati) più che da manifestanti con idee, progetti e aspirazioni di riforma politica e sociale.
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