Affidare i minori nordafricani, l'ostacolo della Kafala

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Lunedì 25 Luglio 2011 00:00 Scritto da Emilio Torsello
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In assenza di una legislazione, in Italia l'affido “islamico” non è riconosciuto

In assenza di una legislazione, in Italia l'affido “islamico” non è riconosciuto

kafalaUn canale parallelo di accoglienza dei minori stranieri che in Italia riesce a bypassare i controlli e l'iter previsto per le adozioni internazionali. E' l'istituto della "kafala", la forma di protezione islamica dei bambini che consente una forma di adozione molto simile al nostro affido. Questo istituto comporta l’esercizio della potestà genitoriale da parte del “kafil” (il genitore che accoglie) e l’assunzione dell’obbligo giuridico in capo a quest’ultimo di farsi carico e di mantenere il minore, fino al compimento della maggiore età.

Uno dei Paesi da cui proviene il maggior numero di minori adottati tramite la kafala è il Marocco: i dati Istat parlano di circa 457 mila Marocchini residenti in Italia al 1° gennaio 2011. In Marocco la condizione dell’infanzia abbandonata risulta non solo particolarmente grave ma anche in progressivo peggioramento: secondo i dati raccolti dall’UNICEF i minori assistiti negli istituti marocchini perché privi di un ambiente familiare idoneo o in stato di abbandono ammontavano a 65.196 nel 2004. Tra questi vi sarebbero circa 6.500 minori abbandonati ogni anno alla nascita. Premesso che non esistono dati ufficiali sul fenomeno, attraverso il Consolato italiano a Casablanca l'Ai.Bi., Associazione italiana Amici dei Bambini, è venuta a conoscenza che già nell’anno 2008 erano pervenute a quell’ufficio 250 domande di rilascio visti per ricongiungimento familiare con riferimento a provvedimenti marocchini di Kafala.

Ma come si possono far arrivare i minori in Italia bypassando l'iter previsto dalla legge per le adozioni internazionali? Tramite la richiesta del ricongiungimento familiare: due genitori italiani si recano in Marocco, chiedono di prendere con sé un bambino in condizione di indigenza e - se autorizzati dal Tribunale marocchino - possono portarlo in Italia. In mancanza della ratifica della Convezione dell'Aja del 1996, però, il nostro Paese non ha ancora creato l'Autorità centrale che dovrebbe decidere sui singoli casi, mettendo in accordo le diverse legislazioni dei Paesi di provenienza dei bambini, con il risultato che ad oggi tutto viene rimesso alla magistratura. E le sentenze sono state spesso contrastanti. L'ultima - un pronunciamento della Cassazione del marzo scorso - ha decretato l'impossibilità per gli italiani di ricorrere alla kafala, una situazione transitoria in attesa della ratifica della Convenzione dell'Aja del 1996 che dovrebbe normare questo istituto. La Convenzione, infatti, è stata firmata dall'Italia ma non ha mai passato l'esame del Parlamento (nonostante l'Europa avesse chiesto di pronunciarsi in merito entro giugno del 2010).

Il mese scorso, però, il governo italiano si è impegnato a ratificare la Convenzione entro la fine di quest'anno, decisione che promette di licenziare anche la relativa legge di attuazione che dovrà normare la "kafala". Nel frattempo diversi provvedimenti di kafala restano "sospesi", con bambini costretti a restare negli orfanotrofi, nonostante il nulla osta già ricevuto dai Tribunali marocchini.

 

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