
Trentaquattro secondi. Tanto dura lo spot sull’eutanasia messo in rete ieri dai Radicali, argomento tabù e nodo etico irrisolto sia a livello medico che politico. A presentare l’iniziativa, Marco Cappato dei Radicali, il direttore di Telelombardia, Fabio Ravezzani, e Mina Welby, moglie di Piergiorgio Welby, malato di distrofia muscolare ed aiutato a morire nel 2006 da un medico poi prosciolto.
«Vogliamo infrangere un tabù che esiste per la politica e il potere, non per i cittadini», ha spiegato Cappato. «In Italia – ha proseguito - l'eutanasia non è un concetto giuridico: si parla di questioni come lo stop alle terapie vitali, il testamento biologico, temi che ruotano intorno al fine vita. Ma la gente sa cos'è l'eutanasia e non ha paura di questa parola, mentre la politica parla di altro e si inventa dettagli terminologici per far perdere all'opinione pubblica il senso della realtà».
A ben guardare però, nemmeno sul fine vita esiste una dottrina unica né una legge che sia stata capace di prendere una decisione univoca sull’argomento. E spesso è accaduto che a decidere sia stato un singolo Tribunale. Il passo ulteriore che questo Paese dovrebbe compiere, dunque, sarebbe quello non di scandalizzarsi ad ogni piè sospinto per video, slogan o dibattiti sull’eutanasia ma affrontare con serietà e dialogo un problema che non potrà essere affidato esclusivamente alla classe politica nostrana né a giudici o magistrati. Una legge – se mai verrà – potrà essere solo frutto di un dibattito aperto e coraggioso tra i soggetti sociali e politici chiamati a prendersi cura – ognuno per il suo àmbito – delle ultime ore della persona umana.
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