Le indagini ripartono da zero o quasi e il marocchino – unico indagato – è stato scarcerato con tante scuse. Dopo una gogna mediatica che ha messo all’angolo il principale sospettato per la scomparsa di Yara Gambirasio, una certa parte dell’opinione pubblica italiana sembra aver perso la bussola che in modo semplicistico e sbrigativo indicava fino a ieri la vittima sacrificale contro cui accanirsi: lo straniero.In poche ore, a Bergamo si erano scatenati cartellonisti e "lenzuolieri" che, armati di spray, avevano urlato contro l’untore di turno, il molok di tutti i mali, il responsabile contro cui scagliare la rabbia repressa per quanto non andava come doveva: una sorta di “ti piace vincere facile” contro lo straniero. Salvo poi rintanarsi nel silenzio e ammettere: forse ci siamo sbagliati (ma quanti ominicchi avranno il coraggio di ammetterlo a se stessi?).
Il caso di Yara Gambirasio, osservato dal punto di vista delle reazioni dell’opinione pubblica, ricorda molto da vicino quanto si verificò subito dopo la strage di Erba: il principale indiziato per qualche tempo fu il tunisino Azouz Marzuk, salvo poi scoprire che ad aver consumato quell’orrendo delitto erano stati due italiani. I vicini della porta accanto. E allora ci fu la retromarcia di opinione pubblica e media che – si direbbe “in concorso” – avevano puntato subito l’indice contro lo straniero di turno.
Non solo. Secondo le testimonianze del suo datore di lavoro, il principale indiziato per la scomparsa di Yara Gambirasio era addirittura in cantiere, a fare il muratore, uno dei mestieri che gli italiani grafomani di cartelli e candide lenzuola contro gli immigrati praticano ormai di rado. Gli inquirenti, insomma, sarebbero stati tratti in inganno da una traduzione sbagliata di una telefonata intercettata. Un abbaglio tale da far finire sulle prime pagine di tutti i giornali un uomo che, agli occhi dell’opinione pubblica, fino a ieri era “colpevole” solo di essere straniero.
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