“Il mio percorso d’amore”, la fecondazione assistita raccontata da una paziente

 
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donatella-cartocciQuando mi è stato chiesto di partecipare come relatrice al corso “Approccio pratico alla coppia infertile” ho subito aderito con entusiasmo. Avere la possibilità di parlare delle nostre esperienze ci avrebbe permesso di riviverle, questa volta non da protagonisti ma da spettatori. Con l’evolversi delle tecniche di procreazione medicalmente assistita, sempre più coppie si rivolgono a Centri specializzati pieni di speranze: la fecondazione assistita viene vista come soluzione miracolosa.

In questi casi la coppia ha già iniziato un lungo e doloroso percorso. La diagnosi di infertilità irrompe pesantemente nella vita della coppia ponendola in una condizione di forte sofferenza emotiva. Di colpo ti senti svuotata, perdi qualcosa che può essere descritto in svariati modi ma che, sostanzialmente, mina i meccanismi più profondi dell’identificazione: il tuo essere donna o il suo essere uomo.

Inizi a percepire il tuo corpo, o peggio, quello del tuo compagno come vuoto, malato, a cui è stato sottratto il diritto di procreare. Si vive una “crisi di vita”, si provano sentimenti contrastanti di vergogna e di invidia verso chi ha avuto la possibilità di concepire, sentimenti spesso associati ad una perdita di controllo, ad una forte solitudine, ad ansia. Di colpo perdi avvenenza, piacere, l’atto d’amore è finalizzato all’unico scopo di procreare. A volte viene soffocato dal vuoto fisico ed emotivo che vivi e fai vivere. L’immagine personale che si sviluppa è negativa, un flusso di emozioni ti investono e non riesci a governarle.

Nel tentativo di eludere tutte queste sofferenze, ci si “butta” a capofitto nei vari protocolli ospedalieri, esami, analisi, terapie, tutto nella speranza di quel figlio che non c’è. Spesso dopo un insuccesso, si corre alla ricerca di un nuovo Centro senza cercare nemmeno di comprendere quale sia il reale problema, e tutto questo solo per non trovarsi nuovamente di fronte ad un dolore sempre più forte.

Alla fine di ogni mese, alla fine di ogni fallimento, ti ritrovi ad elaborare un vero e proprio lutto, in cui si piange la perdita di quel bambino che poteva essere, che viveva nei nostri progetti, nei nostri sogni, un bambino che magari aveva già un nome.

La mia esperienza personale mi induce a credere fermamente che una corretta comunicazione tra la coppia e gli specialisti che vivono e operano in queste dinamiche, sia di vitale importanza; è indispensabile una collaborazione tra tecnici della salute, una collaborazione attiva, che si traduca con il beneficio della coppia. L’equipe medica, a mio avviso, non può trascurare tutti questi aspetti correlati all’essere prima di tutto delle “persone” e poi pazienti; occorre inoltre affiancare l’opera di uno psicologo, creando cosi uno spazio emotivo che permetta accoglienza, ascolto, contenimento, sostegno.

Si potrebbero così evidenziare aspetti emozionali profondi che riguardano il desidero di avere un figlio e la conseguente frustrazione del desiderio irrealizzato. La rielaborazione di queste emozioni potrebbe indurre un miglioramento sia dal punto di vista psicologico che fisiologico.

* Una ex-paziente

 

 

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