Infertilità e fobia dei farmaci: paura motivata o altro?

 
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assunzione dei farmaciUno degli argomenti che più preoccupa le persone che si ritrovano ad affrontare il problema dell’infertilità e che si apprestano ad iniziare un percorso di fecondazione assistita è la assunzione dei farmaci, nella fattispecie ormoni che stimolano le ovaie a produrre più follicoli con una maggiore qualità degli ovociti.

In particolare, durante i colloqui, emerge la paura degli effetti collaterali a breve e a lungo termine che si possono avere soprattutto rispetto all’insorgenza di tumori.

A tal proposito, vane risultano essere spesso le spiegazioni e le rassicurazioni dei medici. Molte donne infatti, anche dopo aver letto i risultati di ricerche scientifiche che dimostrano la non correlazione positiva tra l’assunzione dei farmaci utilizzati nella PMA e l’insorgenza di tumori, continuano a manifestare veri e propri sintomi ansiosi, paragonabili ad una sorta di fobia, ipocondria per gli effetti collaterali dovuti all’assunzione dei farmaci. È chiaro che, simili vissuti, ostacolano e creano disagio alle donne che scelgono di percorrere il percorso di fecondazione assistita, poiché la stimolazione ormonale è un passaggio obbligato.

Ora, la paura è un’emozione primaria e quando c’è un pericolo reale è bene ascoltarla per proteggersi, ma quando questo pericolo reale viene meno cosa succede? In questi casi si parla di paura immotivata cioè senza un apparente stimolo che la provoca e il senso del suo esistere è puramente soggettivo e va ricercato assieme alla persona che vive il disagio.

In che modo dunque si possono aiutare le persone che si ritrovano a vivere questo disagio?

Come professionisti della salute ci si deve porre delle domande per poi trovare gli strumenti per aiutare le persone a stare meglio.

Le domande che ci si pone di seguito sono:

Se il sintomo ansioso volesse dire qualcosa alla persona che lo vive, cosa le direbbe?

Da questo punto di vista, il sintomo non è visto come qualcosa da eliminare bensì come qualcosa da accogliere e ascoltare. Probabilmente, il sintomo sta dicendo alla persona che qualcosa nel suo modo di stare al mondo non funziona più. In che senso non funziona più? La persona mette in atto comportamenti che, in un preciso momento della vita, non  soddisfano i bisogni e i desideri del suo organismo. Come se da un lato l’organismo chiedesse qualcosa che la persona non si permette di fare.

Un esempio può essere: la persona ha paura, è triste, è arrabbiata per qualcosa e/o qualcuno  ma non l’accetta, oppure ha imparato a non esprimere e/o addirittura si giudica per il fatto di provare tale emozione.

Aiutare dunque le persone a riconoscersi e accettarsi per quello che sono, aiutandole a riconoscere ed esprimere vissuti emotivi che sembrano inaccettabili potrebbe essere un passo importante per alleviare i sintomi e quindi i disagi, con il conseguente miglioramento della qualità di vita e dunque anche del modo di vivere le varie fasi del  percorso di fecondazione assistita, come appunto l’assunzione dei farmaci.

In che modo il tipo di relazione che si è instaurata tra medico e pazienti influisce poi sulla fiducia che questi ultimi hanno nei confronti di chi li prescrive dei farmaci per aiutarli a superare un ostacolo?

Se da un lato i pazienti sanno che il medico è la persona che può aiutarli, dall’altra, nel caso di fecondazione assistita, c’è una parte di loro che in un certo senso non si fida. Questo sentimento di sfiducia è dato dal fatto che la tecnica ha un costo e che quindi i medici sono persone che vogliono vendere qualcosa, persone che fanno di un problema un business. In più, spesso, i pazienti vivono i protocolli medici come un’imposizione data dall’alto e non come un percorso di condivisione. È come se non venisse dato il tempo alle persone di masticare, ingoiare, digerire e metabolizzare il protocollo. Ora, se da un lato è inevitabile che i cicli di fecondazione assistita abbiano dei costi, dall’altro pare importante mettere le persone nella condizione di poter esprimere fantasie, dubbi, preoccupazioni rispetto alla terapia e al percorso. Aiutarle ad esprimere quello che già sanno o immaginano, cercando di essere più realistici possibile, sostenendo la speranza, e non alimentando illusioni e aspettative. In questo modo forse, non si vivranno solo come un qualcosa da aggiustare e dal quale guadagnare, ma come persone consapevoli che potranno scegliere di affidarsi ad altre persone professionisti della materia, e insieme provare a superare l’ostacolo per la realizzazione del sogno.

Dott. Fabio Specchiulli

Psicoterapeuta della Gestalt

Tutor della coppia presso centro Studi Genesis e Biofertility

 

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