“Liberi per amare! Cari giovani, chi non desidera amare ed essere amato? Ma per sperimentare l’amore sincero, occorre aprire la porta del cuore a Gesù e percorrere la strada che Egli ha tracciato con la sua stessa vita: è la strada del dono di sé. Sta qui il segreto della riuscita di ogni vera chiamata all’amore, in particolare di quella chiamata che nasce in modo sorprendente nel cuore di un adolescente e conduce al matrimonio o al sacerdozio o alla vita consacrata”. Scriveva così la Giovanni Paolo II nella lettera ai giovani di Roma nel 1997.
L'amore come dono, anzi come atto di donare se stessi. “Alcuni vostri coetanei forse non se la pongono più: vivono il presente come il tutto della vita. Si abbandonano passivamente alla realtà quasi fosse un sogno destinato a svanire, piuttosto che adoperarsi perché i valori ed i grandi ideali diventino sempre più realtà”, ammoniva Wojtyla, esortando i giovani “a progettare la vita puntando in alto”.
Giovanni Paolo II era il Papa dei giovani e per i giovani ha rappresentato un simbolo di speranza e una guida. La sua figura carismatica e la sua comunicazione semplice e spontanea hanno attirato intorno a lui ragazzi e ragazze in ogni angolo del mondo, nonostante alcune sue posizioni decisamente conservatrici. E sull'amore scriveva: “Noi vediamo prendere forma l'amore come la sola antitesi dell'utilizzazione della persona in quanto mezzo o strumento della nostra azione personale. L'amore è condizionato dal comune rapporto tra le persone e il medesimo bene che esse scelgono e al quale si sottomettono insieme. Il matrimonio è il campo preferito di questo principio, perché nel matrimonio due persone si legano in modo tale da divenire un 'solo corpo'”. Ma per il giovane Wojtyla (scrive queste parole nel lontano 1960 nel libro Amore e responsabilità) il matrimonio non basta; serve qualcosa di più. Se “amare” per il vescovo di Cracovia è l'opposto di usare, allora è necessario che nella coppia l'uno non veda nell'altra un oggetto o un mezzo. “Per riuscirvi bisogna che tutti e due abbiano un fine comune. Nel matrimonio sarà la procreazione e la famiglia”.
Ma Giovanni Paolo II non si limitava a parlare degli aspetti più spirituali. Il sesso rientrava appieno nel suo percorso comunicativo e pastorale. “Nelle relazioni tra uomo e donna e nei loro rapporti sessuali, l'oggetto è sempre una persona. È lei che diventa fonte essenziale di un piacere multiforme”. Ma se l'atto sessuale viene compiuto solo seguendo la prospettiva di fuggire il dolore e di seguire il piacere, “la persona diventa allora per il soggetto che agisce solo un mezzo”. Ma questo non è vero amore che per Wojtyla significa reciproca sottomissione. “Una persona non può rappresentare per un'altra solo un mezzo che serva a raggiungere lo scopo del piacere sessuale. La convinzione che l'uomo sia una persona ci porta ad accettare la subordinazione del godimento all'amore”. Per questo il piacere “soltanto grazie all'amore può essere interiormente ordinato ed elevato a livello della persona”.
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