«Le cellule staminali embrionali non devono essere utilizzate per la cura delle malattie poiché ne esistono di sufficienti anche nel liquido amniotico e nel sangue cordonale e possono curare la maggior parte delle malattie che oggi si conoscono». Il professor Filippo Boscia, presidente della Società italiana di Bioetica e primario di ginecologia e Ostetricia presso l’ospedale “Di Venere” Carbonara di Bari, non ha dubbi sulla possibilità di utilizzare le staminali embrionali in ambito medico. «La vita umana – sottolinea – è tale fin dal suo incipit e non può essere considerata oggetto di ricerca fine a se stessa. Nell’ambito della fecondazione assistita, inoltre, ci sono famiglie che vogliono il figlio ad ogni costo. In questi casi non bisogna dimenticare che gli attori non devono essere non solo i coniugi ed il medico: è necessario mettere al centro l’embrione, anche quando questo si trova in una capsula di laboratorio».
E se di staminali embrionali Boscia non vuole neanche sentir parlare, sul fronte della fecondazione assistita esistono tecniche capaci di risolvere il dilemma bioetico che da sempre accompagna questa branca della scienza medica, mentre resta irrisolto il nodo degli embrioni cosidetti “over”.
«La tecnica che viene utilizzata per la fecondazione intrauterina – sostiene il presidente della Società italiana di Bioetica - è pari a quella proposta per la fecondazione intratubarica, la Gift, e non dà adito ad alcuna questione dal punto di vista etico. Il problema – aggiunge – riguarda invece gli emrbioni cosiddetti “over”, quelli di scarto. Ognuno di questi – conclude Boscia – è vita e non si può fare una suddivisione tra vite ‘buone’ e vite ‘non buone’, altrimenti viene meno il discorso sulla solidarietà, sull’accettazione degli handicap e sulle diversità che comunque continuano ad essere presenti nelle nostre vite. Esistono, invece, vite fragili che la società deve impegnarsi a tutelare».
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