Un bamboccione “difficilmente può diventare un genitore responsabile”. A spiegarlo ai microfoni di Vita che Nasce è lo psichiatra Paolo Crepet che sottolinea come “al bamboccione manca tutto, dalla capacità di autonomia alla creatività che sono l’abc per diventare adulti: se non è diventato adulto lui per primo, viene da chiedersi come potrà mai far crescere un proprio figlio”.
Il problema dei bamboccioni, termine coniato dall’allora ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa, è ormai divenuto il simbolo di una società che non vuole cambiare ma, anzi, sembra sempre più immobile. “Una volta – prosegue Crepet – si diceva ‘questa casa non è un albergo’: adesso siamo tutti contenti che lo sia”. E che l’Italia dei giovani si stia sempre più impaludando in se stessa lo dicono anche le statistiche relative all’occupazione: “Quando si scopre che ci sono ragazzi di 35-40 anni ancora in casa con i genitori – continua Crepet – ci si trova davanti alla fotografia di una realtà da brividi. Se è vero, come è stato detto, che il 20% dei giovani italiani non lavora e non studia è evidente come questo sia il segno più drammaticamente tangibile del fallimento della società”.
Ad aver marcato il passo, secondo Crepet, è il modello di famiglia e la scala di priorità a cui i genitori di oggi educano i loro figli. “I nostri nonni – spiega lo psichiatra - erano persone abbastanza semplici con necessità e aspettative molto basilari: sperare che la guerra finisse e il raggiungimento del benessere. Noi – prosegue – abbiamo avuto invece un compito molto difficile: educare nel benessere e non più al benessere. Che si tratti di una sfida ben diversa e molto più complessa è evidente: un conto è non avere niente e sperare che il proprio figlio possa mangiare a pranzo e cena, un altro è capire quale sia il ruolo del genitore una volta che il pranzo e la cena sono garantiti. Alle madri e ai padri di oggi – conclude Crepet – mancano ormai le parole per andare avanti: l’autorevolezza, per esempio, ad oggi non si sa più cosa sia”.
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