Da recenti dati Istat risulta che nel 2010 il numero di parti in Italia si è fortemente ridotto rispetto al 2009, fino a raggiungere i livelli del 2005, un anno profondamente improduttivo dal punto di vista delle nascite.
La fecondità è in lieve diminuzione (1,4 figli per donna), e le nascite da madre italiana registrano un calo di oltre 13mila unità rispetto al 2009. Se è vero che quasi tutte le province italiane presentano una riduzione delle nascite, il fenomeno colpisce in particolar modo regioni demograficamente già depresse o a più forte invecchiamento, come la Liguria (-0,69%), la Basilicata (-0,48%) e il Molise (-0,41%).
Alcune aree territoriali, in controtendenza, hanno registrato addirittura un aumento della popolazione italiana: +0,32% in Trentino-Alto Adige, +0,03% in Lombardia e +0,11% nel Lazio. Queste ultime due regioni sono caratterizzate da una forte immigrazione interna, mentre, nel caso del Trentino-Alto Adige, un ulteriore fattore di incremento demografico è il saldo positivo tra nascite e decessi di italiani.
Contestualmente, il contributo alla percentuale delle nascite da parte di cittadine straniere residenti in Italia è in regolare aumento. Le stime Istat certificano che nel 2010 oltre 104 mila neonati (18,8% del totale), siano figli di madre straniera (erano 35mila nel 2000, pari al 6,4%) e padre italiano nel 4,8% dei casi, e di madre e padre stranieri nel restante 14% dei casi. In particolare, in regioni quali l’Emilia-Romagna, la Lombardia e il Veneto, oltre una nascita su quattro proviene da una coppia straniera o da una coppia con madre straniera e padre italiano.
Per quanto riguarda l’assetto demografico nazionale multietnico, la popolazione residente straniera costituisce il 7,5% del totale (era il 7% a fine 2009). La comunità straniera più numerosa è quella romena, seguita dalla comunità albanese e da quella marocchina. Tra i paesi asiatici la comunità cinese è la più nutrita, mentre la prima comunità tra i paesi sub-sahariani è quella senegalese. I cittadini di origini americane più presenti in Italia sono i peruviani.
Al di là delle differenti origini della popolazione, da cui consegue l’incontro e la coesistenza di diverse culture, un altro dato rilevante nell’analisi della società è l’aspettativa di vita della cittadinanza italiana, che ha compiuto ulteriori progressi, fino a raggiungere in media 79,1 anni per gli uomini e 84,3 anni per le donne.
Nel corso degli ultimi 10 anni la percentuale di individui di 65 anni e oltre è aumentata dal 18,4% nel 2001 al 20,3% nel 2011, con un incremento di ben 1,8 milioni di individui per questa classe di età.
Dal 2001 al 2011, inoltre, la stima delle persone ultracentenarie è triplicata: dai circa 5mila e 400 individui over 100 censiti dieci anni fa, sono stati registrati oltre 16mila italiani più che centenari. Come conseguenza dell'aumento della popolazione anziana, l'età media della popolazione continua a crescere: da 41,7 anni nel 2001 a 43,5 nel 2011.
In conclusione, l’aumento della longevità dei cittadini, se non accompagnata da un’inversione della tendenza che vede diminuite le nascite, lascia quasi presagire un mancato ricambio di risorse umane.
Non basta il contributo degli immigrati a far aumentare le nascite di cittadini italiani, e neppure il trend positivo registrato in zone esemplari come il Trentino-Alto Adige: a dispetto della crisi e di qualunque altro freno gli italiani si siano posti, sarebbe auspicabile che il “ricambio” della popolazione continuasse il suo corso e che la famiglia ricominciasse ad essere considerata la cellula fondamentale della società.
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