Natività e natalità, la crisi demografica italiana e la crescita nel mondo

 
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Guido_Reni_Adorazione_dej_pastori_141Scarsa fiducia nel futuro o forse anche un cambio nei costumi riproduttivi. L'Italia vive un declino demografico, compensato solo dall'arrivo di migranti. Soprattutto nel nostro Paese sono scarsi gli incentivi economici per creare la famiglia, non sostenendo le famiglie con numerosi figli, o che desiderano averne, ma non se li possono permettere. Nel giorno della Natività, Vitachenasce vuole ricordare quanti problemi economici e culturali deve affrontare la coppia che vuole avere un figlio.

Italia vs. Europa. Secondo i demografi, le cause sono diverse: dalla crisi della famiglia ai matrimoni in età avanzata, dalla permanenza eccessiva dei figli nella famiglia d'origine alla difficoltà di ogni genere per mettere al mondo più di un figlio. Se esistono problematiche culturali a cui è molto difficile mettere mano, è possibile certamente intervenire sotto il profilo economico ed assistenziale anche se con difficoltà legate alla ridistribuzione delle già scarse risorse di welfare.

Da quanto abbiamo detto, sembra inevitabile che per i prossimi due decenni l’Italia dovrà accogliere ogni anno quasi 300mila immigrati in età tra i 20 e i 59 anni per fare in modo di mantenere in pareggio la bilancia demografica. Ma l'immigrazione non può essere l'unica soluzione. Anzitutto il nostro Paese, per risollevare sensibilmente la natalità, dovrebbe dedicare maggiori risorse alla famiglia, alla quale nel 2009 è stato destinato solo l’1,4 per cento del Pil tra gli ultimi posti in Europa (2,1%). L’Italia spende per la famiglia poco più della metà della Francia (2,8), che ha una popolazione di poco superiore a quella italiana. I paesi nordici, invece, sono al top per la spesa: Danimarca e Svezia guidano la classifica con più del 3,0% del Pil. Oltre alla creazione di asili nido, anche gli assegni familiari sembrano ottenere buoni risultati. In Francia, per esempio, stanno riscuotendo effetti demografici positivi.

Demografia nel mondo. L’evoluzione demografica della popolazione mondiale ha seguito due strade molto diverse. Alla fine del secolo scorso gran parte del mondo sviluppato si trovava (e si trova tutt'ora) nella fase della cosiddetta seconda transizione demografica, con un livello di crescita pari a zero. I livelli di fecondità sono bassi e ben al di sotto di 2,1 figli per donna, cioè al di sotto di quel numero “magico” che assicura il ricambio in equilibrio. Inoltre, la speranza di vita, è alta e tende ad aumentare ancora. Questa situazione negativa viene, però, contrastata dall'arrivo di migranti. La combinazione di tutti questi tre fenomeni porta ad una sostanziale stabilità della popolazione, con una tendenza alla diminuzione nel medio e lungo periodo e un sostanziale invecchiamento della popolazione. Ma nei paesi meno sviluppati i tassi di crescita della popolazione, in precedenza bassi, stanno ora aumentando dal momento in cui condizioni igienico-sanitarie stanno riducendo il tasso di mortalità (soprattutto quella nel primo anno di vita) mentre i tassi di natalità non sono contemporaneamente diminuiti.

In India, ad esempio, le nascite e le morti ammontavano nel 1941 entrambe al 4,5%. Dopo 50 anni il tasso di natalità è sceso al 2,9% mentre il tasso di mortalità è crollato allo 0,9%. Così, attualmente la popolazione continua ad aumentare del 2% annuo. Paradossalmente, una buona fetta della letteratura demografica ritiene che l’applicazione di condizioni igienico-sanitarie con standard occidentali in società povere con bassi livelli di crescita ha avuto conseguenze negative per il loro sviluppo.

 

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