Scazzi-Gambirasio: analogie e differenze di due sparizioni

 
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scazzi_scomparsaDenise Pipitone, Sara Scazzi, Yara Gambirasio, tre casi in cui una figlia non è più tornata a casa. Nel caso Scazzi – come le cronache hanno ampiamente riportato – la vicenda si è purtroppo conclusa in modo tragico. Per Denise e Yara, invece, gli inquirenti sono convinti si tratti di un rapimento. Appelli, denunce, centinaia di volontari impiegati nelle ricerche, insieme alle persone scomparse le vittime di queste vicende sono soprattutto le famiglie costrette a casa in una snervante attesa.

Per “leggere” i comportamenti psicologici dei familiari delle vittime di un rapimento, Vita che Nasce ha intervistato lo psicologo Domenico Giuseppe Bozza.

 

Caso Scazzi e Gambirasio: analogie e differenze. Prendendo in considerazione gli ultimi due casi in ordine di tempo – la scomparsa di Yara Gambirasio e la morte di Sara Scazzi – la prima differenza che salta all’occhio è di tipo mediatico: i parenti di Sara, infatti, rilasciavano quotidianamente interviste a telegiornali o programmi di approfondimento, fino ad arrivare alla rivelazione “in diretta” del ritrovamento del corpo della ragazza. Per la scomparsa di Yara, invece, il riserbo da parte della famiglia è stato assoluto: il primo appello davanti alle telecamere è stato fatto solo a un mese di distanza dalla sparizione.

“I parenti di Sara Scazzi – spiega Bozza - sono stati mossi probabilmente da una necessità di pulirsi la coscienza, quasi a dimostrare che in fondo non erano persone tarate sull'assassinio di una giovane ragazza”. Michele Misseri e i suoi familiari, dunque, avrebbero rilasciato numerose interviste per dimostrare all’Italia che non erano mostri, quasi che l’omicidio fosse stato un accidente del tutto fortuito.

“In questi casi – prosegue Bozza - è fondamentale l'aspetto culturale della famiglia, inteso come la componente educativa e geografica che negli anni permette la maturazione di una persona attraverso discussioni su eventi della vita, sul fenomeno della morte e permette di attutire il colpo iniziale di una notizia come la scomparsa di una persona cara. Sul fronte geografico - continua - ed è il caso di Avetrana, appare lo scarto tra una società evidente ed una mascherata, latente. La prima prevede la presenza del cosiddetto pater familias “vecchio stampo”, la seconda, invece, rispecchia quanto visto per Michele Misseri: un padre poco presente perché occupato nel lavoro e succube di figure femminili, che ha perso il suo ruolo sociale”. Un comportamento “mediatico” come quello tenuto dai familiari di Sara Scazzi, inoltre, complica non poco il lavoro degli inquirenti: “rilasciare di continuo interviste – spiega Bozza – equivale a gettare molti sassi in un lago: i cerchi che si vengono a creare si confondono l'un l'altro”.

All’opposto rispetto al caso di Avetrana c’è la scomparsa di Yara Gambirasio. Mentre per Sara Scazzi c'è stata un'ingerenza dei mass media, la famiglia di Yara ha scelto con forza di lasciar fuori da casa le telecamere e i giornalisti.

“Spesso – aggiunge Bozza – avviene che un sospettato sia etichettato come “mostro” dall’opinione pubblica ancor prima che le indagini abbiano individuato il vero colpevole. Quando ci si trova davanti ad un evento misterioso – e il denominatore dei casi di Yara e di Sara è proprio il mistero – ognuno cerca di fare chiarezza anche strumentalizzando o trovando il capro espiatorio. Per la vittima di questo abbaglio collettivo è difficile togliersi di dosso la polvere delle accuse e ricominciare daccapo”.

 

Le reazioni psicologiche dei familiari. Le fasi di presa di coscienza di una scomparsa sono diverse. Secondo Bozza, infatti, il primo stadio è quello dell’apprensione, segue poi una preoccupazione profonda che sfocia in un secondo momento – in concomitanza con la denuncia alle forze dell’ordine – nella disperazione.

“Inizialmente – spiega Bozza – c'è uno stato di apprensione ed uno immediatamente successivo di preoccupazione che si sviluppa sulla base del contesto conosciuto in cui è sparita la figlia: se si è allontanata nei pressi di casa, ad esempio, la preoccupazione sarà maggiore perché si trovano meno giustificazioni al ritardo. C'è poi quello che io definisco il momento “del non ritorno” che si sviluppa davanti ad una preoccupazione che non regredisce: si entra in una vera e propria condizione di allarme. All'interno delle prime due fasi – prosegue Bozza – c'è un iniziale tentativo di cercare una soluzione da soli: si telefona alla figlia, si contattano gli amici. La fase di allarme – aggiunge lo psicologo – è strettamente connessa ad uno stato di ansia e non tutti reagiscono con le stesse modalità. Alcune persone, infatti, presentano le cosiddette ansie “di tratto” e “di stato”. I primi sono soggetti che vivono in uno stato di ansia continuo e che gioca un ruolo centrale nella perdita delle briglie e del controllo della situazione. I soggetti con un ansia “di stato”, invece, riescono a governare con più facilità i loro sentimenti e gli eventi. La fase dell'allarme, a quel punto, coincide con la chiamata in causa – oltre alle forze dell'ordine – anche dei parenti e di tutte le persone da cui si può avere un conforto e un'opinione. E' questo il momento in cui subentra uno stato di disperazione che si può temporizzare già la sera stessa della sparizione o – al massimo – al giorno dopo: la sofferenza, il dolore e l'angoscia non si possono più contenere”.

Nel caso di rapimenti particolarmente lunghi, inoltre, le famiglie sono costrette a convivere con la sofferenza. “L’ultima fase – spiega a questo proposito Bozza - è una sorta di stallo imparentato alla disperazione: quando si prova una sofferenza molto forte ma costante, inconsciamente l'individuo sposta la soglia del dolore per poter contenere il dolore stesso. È un meccanismo di adattamento volto a sopravvivere alla sofferenza. In un contesto in cui la famiglia è solida e la coppia strutturata, infine, vale il detto “l'unione fa la forza”: non ci si rinfacciano colpe in relazione a quanto è avvenuto alla figlia ma ci si sostiene a vicenda”.

 

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