Le allergie alimentari possono provocare seri disturbi. Come scoprire l'allergene così da eliminarlo dalla dieta

Le allergie alimentari sono delle reazioni avverse da parte del sistema immunitario ad alcuni cibi. Possono essere classificate come reazioni mediate dagli anticorpi di tipo Immunoglobuline E (IgE mediate), oppure come pseudo allergie in cui non è coinvolto il sistema immunitario, pur determinando segni e sintomi di reazioni allergiche. Le allergie alimentari hanno un picco di prevalenza nei primi tre anni di età e dopo i 10 anni la prevalenza raggiunge quella dell’adulto. Ci sono due punti chiave sui quali si deve agire per diagnosticare le allergie alimentari, prima fra tutte è l’anamnesi. Questa rappresenta un punto fondamentale di indagine della pregressa e attuale storia alimentare del paziente, dei segni e sintomi che presenta dopo l’ingestione del cibo sospetto, e anche una piccola panoramica della familiarità del paziente ad episodi allergici. Il secondo punto chiave è l’esecuzione dei test diagnostici, tra questi due sono i più attendibili:
- Skin Prick Test (test cutaneo in vivo)
- Rast Test (test in vitro)
Sia il Prick che il Rast Test permettono di rilevare la presenza nel soggetto di immunoglobuline allergene-specifiche, ma non sono capaci di identificarne il cibo responsabile della reazione mediata dagli anticorpi del tipo IgE. Questi due test, pur essendo i più utilizzati e attendibili in campo clinico non possiedono un elevato valore predittivo. Per questo motivo è molto importante confermare il risultato del test con la piccola somministrazione dell’alimento, per diagnosticare e confermare con certezza l’eventuale reazione allergica. E’ importante fare sempre molta attenzione alle Cross-Reattività, poiché molto spesso accade che l’anticorpo si lega ad una parte degli antigeni, detti apteni che sono tra di loro simili. L’aptene è quella parte proteica che stimola il sistema immunitario. Le reazioni allergiche incrociate possono avvenire per diversi motivi, come, per esempio, la cross-reattività tra alimenti di origine vegetale oppure tra alimenti di origine animale e i pollini.
Il test diagnostico Prick Test è un esame di semplice esecuzione: si basa su delle piccole punture di estratti allergenici che vengono eseguite sulla superficie dell’avambraccio del paziente. Nelle situazioni in cui non è possibile effettuare il test in VIVO (Prick Test), per esempio a causa di una dermatite atopica, oppure nei casi in cui risulta impossibile sospendere la terapia antistaminica, si utilizza il test in VITRO, o Rast test. Questo esame che risulta essere meno sensibile e più costoso del Prick Test, consente di identificare nel siero gli anticorpi IgE che si attivano con un determinato cibo, attraverso il Radio Allergo Sorbent Test, o con il metodo di laboratorio detto ELISA.
L’affidabilità di entrambi i test è scarsa sotto i tre anni di età, e si consiglia di effettuare questo tipo di prove sempre in centri specializzati, poiché per l’interpretazione dei test è richiesta esperienza e competenza. Quindi è preferibile sottoporsi a questi esami, in particolare al Prick Test, sempre in regimi ospedalieri o comunque, regimi sanitari in cui sia presente un kit d’emergenza, poiché, potrebbe sembrare banale ma raramente può accadere che gravi manifestazioni allergiche possano arrivare fino allo shock anafilattico.
Nei casi di allergia alimentare esiste anche la dieta di esclusione che ha una rilevanza sia come valore diagnostico che terapeutico. Questa viene anche spesso denominata dieta di eliminazione, proprio perché consiste nel ridurre fortemente la dieta, con lo scopo di togliere quegli alimenti maggiormente allergizzanti per il paziente. Appare ben chiaro il grande limite che ciò produce nell’identificazione della diagnosi di allergia alimentare, in quanto ci sono molti allergeni che sono nascosti negli alimenti, anche a causa della cosiddetta “sofisticazione alimentare”. Quindi diventa molto difficile seguire una dieta di questo genere, poiché non sempre le etichette vengono lette dai consumatori e questo provoca un bassissimo livello di compliance. Diversamente, se il paziente già riferisce il possibile allergene causa della sua reazione avversa all’alimento, la dieta di esclusione ha più senso: si consiglia al paziente di evitare in qualsiasi modo di mangiare quel cibo, mostrando particolare attenzione alle etichette, comprando prodotti preferibilmente di marca.
Dopo l’esclusione della sostanza valutata come allergica, molti segni e sintomi come quelli intestinali regrediscono entro 2-3 giorni. È invece necessario un periodo più lungo per i sintomi cutanei. I test di provocazione vanno eseguiti sotto stretto controllo medico, possibilmente in strutture ospedaliere attrezzate, soprattutto nei casi in cui il paziente ha subito nella storia uno o più shock anafilattici. Questi consistono nella somministrazione dell’alimento “sospetto allergizzante”, partendo da una dose molto bassa e incrementandola di poco ogni 30 minuti, fino ad arrivare alla comparsa di segni e sintomi di reazione allergica. A questo proposito il test in assoluto più significativo è il test di provocazione a doppio cieco, questo significa che l’allergene “sospetto” dovrebbe essere affiancato da una sostanza di controllo anallergica detta placebo (sostanza innocua), dove né il paziente né il medico dovrebbero essere a conoscenza del contenuto dei campioni. I test di provocazione possono essere fatti per via orale, bronchiale e nasale, tra tutte le indagini allergologiche questo esame è considerato il migliore dal punto di vista diagnostico, anche se il paziente è sottoposto ad un elevato rischio di reazione allergica.
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