Chemioterapia, il gene salva-fertilità

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Lunedì 08 Marzo 2010 00:00 Scritto da C.Valeri S.Pappalardo
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Le pratiche più utilizzate per sconfiggere i tumori sono la radio o la chemio-terapia. Questi trattamenti distruggono le cellule tumorali che, essendo in continua divisione, sono molto sensibili ai danni provocati dalle radiazioni o dagli agenti chimici. Purtroppo l’azione distruttiva non è mirata solo alle cellule maligne, ma provoca danni anche ad altre cellule, tra cui le cellule germinali , cioè quelle deputate alla riproduzione, con la conseguente perdita di fertilità.

Attualmente le metodiche utilizzate per preservare la fertilità delle donne sono il congelamento degli ovociti o addirittura di una porzione di ovaio. Però, essendo degli interventi invasivi per la paziente, non tutte vogliono o possono ricorrervi. Uno studio tutto italiano pubblicato su Nature Medicine da ricercatori dell’Università di Roma Tor Vergata, ha proposto un modo meno invasivo per preservare la fertilità delle donne che devono sottoporsi a radio/chemio-terapia. E’ stato infatti scoperto il gene responsabile dell’integrità del DNA negli ovociti dei topi (TAp63). In condizioni normali, il gene impedisce che si accumulino danni nell’ovocita, preservandone la vitalità. Al contrario, quando si verificano danni irreparabili, il gene è responsabile della morte dell’ovocita attraverso un suicidio programmato.

L’insorgenza di un tumore provoca delle mutazioni nel gene TAp63, inibendo la sua capacità di preservare la vitalità dell’ovocita. Dal momento che le mutazioni vengono causate da un altro gene denominato c-Abl , è stato valutato se attraverso l’inibizione di quest’ultimo è possibile impedire le mutazioni a carico del gene TAp63 e quindi la morte programmata degli ovociti.

Per ora la sperimentazione è stata effettuata sui topi ed ha mostrato che l’utilizzo dell’inibitore per il gene c-Abl è in grado di prolungare la fertilità dei topi e di permettere loro generare una progenie normale. Si pensa che questa tecnica possa essere efficace anche sulle donne.

Ci vorratempo e ulteriori studi , ma se si stabilisse l'efficacia e la possibilità di applicazione di questa tecnica sulle cellule umane , sarebbe un grande vantaggio per quelle donne che sono costrette in giovane età a sottoporsi a terapie antitumorali.

 

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