La terapia dei fibromi uterini è in evoluzione ed alla continua ricerca di nuove metodiche. Da alcuni anni si è diffusa la tecnica della microembolizzazione che consiste nell’iniettare nelle arterie dell’utero, sotto controllo radiografico, sostanze che bloccano l’afflusso di sangue al fibroma e lo portano alla necrosi e quindi alla sua scomparsa. Questa tecnica è condotta in anestesia locale. I risultati sembrano buoni anche se i dati sulla maggior efficacia di questa tecnica rispetto all’uso dei farmaci sono scarsi e incompleti.
Un’altra nuova procedura è quella che utilizza ultrasuoni focalizzati guidati dalla risonanza magnetica. In pratica un fascio di ultrasuoni ad alta intensità (differenti rispetto a quelli dell’ecografia tradizionale) viene indirizzato sul fibroma fino a bruciarlo sotto la guida delle immagini radiologiche. Il fibroma non viene asportato ma cambia consistenza: da formazione densa e talvolta calcificata si trasforma in tessuto necrotizzato (morto).
Oggi l’indicazione all’uso di questa tecnica viene consigliata solo alle donne con fibromi sintomatici senza
desiderio di fertilità. Nel mondo circa 3mila donne sono state trattate con gli ultrasuoni. Dai primi dati della ricerca sull’efficacia della procedura dopo due anni di trattamento risulta che le pazienti hanno un alleviamento prolungato dei sintomi ma il rischio di dover ripetere la procedure è risultato alto.
In conclusione la terapia dei fibromi uterini dovrebbe essere sempre individualizzata considerando vari fattori: sintomatologia e lesioni associate (tubariche, ovariche etc.), numero, volume e localizzazione dei miomi, grado di compromissione dell’utero stesso, ma anche l’età e le condizioni generali della paziente, la sua intenzione di avere la gravidanza, il suo stato psicologico e il suo desiderio di conservare l’utero e la mestruazione.
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