Meno tumori alle ovaie con la pillola contraccettiva

 
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Una recentissima conferma dalla più grande Agenzia americana di epidemiologia su tutti gli studi fatti fino ad oggi

pillolaLa pillola contraccettiva non solo è un valido sistema di prevenzione delle gravidanze indesiderate, ma riduce drasticamente il rischio di tumore alle ovaie, anche dopo vari anni dall'interruzione del trattamento.

L'elaborazione proveniente dal Center for Disease Control and Prevention di Atlanta (1) (CDC), la più grande agenzia statunitense deputata a studi epidemiologici e di controllo della salute, mostra come in età fertile esistono evidenze ancora più consolidate sul fatto che i contraccettivi orali possono ridurre il rischio di cancro ovarico. Questo tumore è uno dei più aggressivi, difficili da diagnosticare in tempo e da curare. Praticamente non tutti sanno che gli effetti benefici sulla salute della donna che derivano dall’assunzione della pillola per un certo periodo di tempo si protraggono anche dopo l’interruzione del trattamento. I risultati dello studio pubblicato sul Lancet nel 2008 (2) (prestigiosa rivista del panorama medico scientifico) hanno confermato che nelle donne le quali hanno utilizzato contraccettivi orali per periodi molto lunghi è stata riscontrata la riduzione del rischio di sviluppare un tumore ovarico. Questa riduzione si protrae per più di 30 anni dal termine dell'assunzione di contraccettivi orali, con un'attenuazione del fenomeno nel tempo. Infatti, dopo aver assunto la pillola per 5 anni, una volta sospesa nei successivi 10 anni in cui non si assume la pillola, permane una riduzione del rischio di sviluppare un cancro ovarico del 29%, che scende al 19% tra 10 e 19 anni e al 15% tra 20 e 29 anni. Le donne che hanno assunto la pillola nel corso degli anni sessanta, settanta e ottanta hanno mostrato una riduzione del rischio proporzionale simile, anche se le dosi di estrogeno degli anni sessanta sono state più del doppio di quelle prodotte negli anni ottanta. In pratica sembra che l’effetto preventivo della “pillola” sui tumori ovarici non sia legato alla quantità di ormoni assunti.

Nel lavoro su Lancet il pool di dati derivati in tutto il mondo da ben 45 studi epidemiologici mostrava in maniera univoca che l'insorgenza di tumore ovarico può essere prevenuta con l'uso a lungo termine di diverse generazioni di contraccettivi orali. Inoltre, questa protezione sostanziale comincia in fretta e aumenta con l'aumentare del tempo di assunzione del contraccettivo orale. In termini di impatto sulla salute delle donne, i risultati sono particolarmente interessanti. Gli autori suggeriscono che nel corso degli ultimi 50 anni, 200mila casi di tumore ovarico e 100mila decessi per la malattia sono stati evitati in tutto il mondo attraverso l'uso di contraccettivi orali. Si può stimare che al livello attuale di impiego di contraccettivi, potrebbero essere evitati ogni anno almeno 30mila casi di cancro ovarico. Questi risultati definiscono un nuovo standard nella prevenzione primaria per un cancro mortale e hanno importanti implicazioni nella salute pubblica di un Paese. Nel mondo occidentale, il tumore dell'ovaio rappresenta la causa di morte più comune per neoplasia ginecologica, con un incremento del rischio correlato all'età. Circa i due terzi delle donne affette hanno più di 55 anni e l'assenza di metodi di screening di provata efficacia e di sintomi specifici fa sì che il tumore dell'ovaio sia una neoplasia spesso diagnosticata in ritardo e, nonostante i progressi terapeutici, con bassi tassi di sopravvivenza a lungo termine ( circa il 50%).

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Bibliografia

1. Centers for Disease Control and Prevention (CDC) Contraceptive methods available to patients of office-based physicians and title X clinics --- United States, 2009-2010 MMWR Morb Mortal Wkly Rep. 2011 Jan 14;60(1):1-4

 

2. Collaborative Group on Epidemiological Studies of Ovarian Cancer Ovarian cancer and oral contraceptives: collaborative reanalysis of data from 45 epidemiological studies including 23 257 women with ovarian cancer and 87 303 controls The Lancet, 2008; 371: 303 – 314

 

 

 

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