L'accidia, il campanello d'allarme della depressione

 
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accidia-amacaL’accidia è, non v’è alcun dubbio, uno dei sette vizi capitali più diffusi nel genere umano. E’, sicuramente, uno degli elementi della vita che ognuno di noi, ad un certo punto del percorso, si è trovato ad affrontare. Spesso paragonata all’ozio (da cui il famoso detto: “L’ozio è il padrone dei vizi”), deve la sua derivazione all’etimologia greca che prevede un’alfa privativo (senza) + κῆδος (dolore). Attraverso questa trattazione, però, non vogliamo presentare l’accidia come puro e semplice difetto del vivere o banale allontanamento da tutti quelli che sono i doveri e le incombenze che ognuno di noi ha, le responsabilità verso gli altri e verso la società.

In un giardino, un vagabonno dorme
accucciato per terra, arinnicchiato,
che manco se distingueno le forme.

Passa una guardia: - Alò! – dice – Cammina! -
Quello se smucchia e j’arisponne: - Bravo! -
Me sveji proprio a tempo! M’insognavo
che stavo a lavorà ne l’officina!

(Trilussa)

 

Spesso l’indifferenza e lo sconforto sono associate alle persone che soffrono di accidia, ma non dimentichiamoci che la mancanza di stimoli non sempre è determinata da un abbassamento colpevole della voglia di costruire qualcosa. Fuggire nel sonno, per esempio oppure evitare qualsiasi impegno può essere l’anticamera di qualcosa di ben più grave e degno di attenzione. Decidere di non fare nulla, di restare fermi, immobili, non lasciarsi trasportare dal minimo desiderio di raggiungere un obiettivo, possono evidenziare un disagio interiore grave ed immettere una persona nell’intricato labirinto della depressione.

Diventa opportuno pensare anche a tutti quei casi di persone che perdono qualsiasi velleità nel recarsi nel posto di lavoro, nel frequentare colleghi, nell'ottenere risultati positivi per quella che è la loro mansione. Nelle fasi che portano, gradatamente, al fenomeno conosciuto come “burnout” può subentrare proprio questo stadio di insofferenza, perché il soggetto ha iniziato un processo di lento ed inesorabile autoannullamento, davanti al quale non esistono prospettive, ma solo un abbandonarsi a se stessi. Si può avere una sorta di “bulimia d’accidia” quando un individuo, preso da mille impegni e mille scadenze, arriva ad una sorta di sovrastima rispetto a quelle che sono le normali energie, con conseguente tilt sia di natura emotiva che fisica. E’ come se la persona, che possiede una ben definita dose di energia, protrae nel tempo una richiesta di attenzione, impegno, premura: il crollo è il fantasma che diventa realtà.

accidia-sigarettaQuesta condizione, estremamente legata alle richieste oggi espresse dalla società, proietta verso un mondo fatto di assenza di ascolto del proprio corpo che chiede un giusto equilibrio tra intraprendenza e relax, tra dovere e piacere. Inoltre, uno dei motivi per i quali l’accidia diventa pericolosa è che attiva un meccanismo simile alla coazione a ripetere.

Praticamente, l’eccessiva richiesta di energia al nostro corpo e alla nostra psiche, determina una perdita di stimolo. La perdita di stimolo fa sentire inutile ogni tentativo di resistenza e di reazione. Non avendo voglia di reagire, non ci si pone più alcuno stimolo, attivando così proprio questo circolo vizioso la cui fuga non può far altro che esacerbare ed innervosire ancor di più.

L’ideale, allora, per combattere questa condizione, sarà costruirsi un “progetto di vita” realistico e funzionale al proprio Io. Il che significa imparare a comprendere quali sono le richieste manifeste, ma pure nascoste, che il nostro organismo ci presenta. Anche quelle che ci pone sottoforma di disagio, di disturbo. Un semplice affaticamento può diventare uno stress cronico, portando a disagi più pericolosi. Dedichiamoci quindi anche a sane attività extraprofessionali, come quelle sportive, del tempo libero, piccole grandi coccole che possono restituirci un ordine ed equilibrio psicofisico.

In un giardino, un vagabonno dorme
accucciato per terra, arinnicchiato,
che manco se distingueno le forme.

Passa una guardia: - Alò! – dice – Cammina! -
Quello se smucchia e j’arisponne: - Bravo! -
Me sveji proprio a tempo! M’insognavo
che stavo a lavorà ne l’officina!

(Trilussa)

 

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