Mamma a 13 anni: risvolti psicologici e culturali di una scelta così precoce

 
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junoE’ notizia recente l’aver appreso che in un paese pugliese, nella provincia di Taranto, è venuta alla luce con il finire del 2010, una bimba concepita e generata da una coppia la cui somma delle età di papà e mamma è di 29 anni. Ma ancor di più fa pensare, riflettere e discutere il fatto che sono 13 gli anni della neomamma. Prima di addentrarci in territori estremamente contorti e controversi, è opportuno sottolineare, da studiosi della psiche umana, che spesso accade in questi eventi che si conosca solo l’esito finale (la nascita di un figlio, in questo caso), ma ben poco tutto il processo che ha portato al concepimento e alla nascita, o addirittura ai presupposti presenti ancor prima.

Diamo per certo il fatto che oramai viviamo in una società dove gli estremismi nei comportamenti, oltre a fare notizia, creano spostamenti anche nell’organizzazione di modelli teorici di riferimento ed approccio scientifico. Necessario sarebbe indagare più che sul “cosa” sta cambiando, sul “perché” sta cambiando il modo di vivere ed affrontare la vita, sia dei giovani che degli adulti.

Esiste un gap, una vera e propria cesura tra ciò che si vuole e ciò che si sente e quando accade che questi due elementi si intrecciano tra loro, la confusione diventa la protagonista. Ecco anche il perché riteniamo che un approccio scientifico che si rispetti è innanzitutto un approccio basato sulla interdisciplinarità delle interpretazioni: medicina, sociologia, psicologia, scienze umane si uniscono ad aspetti religiosi, familiari, geografici che finiscono per sortire allo studioso “incognite evolutive e generazionali” piuttosto che certezze sulle quali poggiare le solide basi di una spiegazione dei fatti.

Dal punto di vista organico, anatomico, fisiologico o, in una parola, della Natura, questa ragazza di 13 anni è a tutti gli effetti stata dotata della possibilità di generare un nuovo essere. Sotto questo aspetto è sicuramente molto più “normale” un evento di questo tipo che la forzata volontà di avere un figlio da parte di donne con più di 50 anni, andando contro il parere della Natura stessa. Ma cosa accade in una persona di 13 anni che si ritrova ad avere la responsabilità di un nuovo essere vivente, proprio mentre sta acquisendo lei stessa le “istruzioni evolutive” per affacciarsi alla sua stessa vita? Il livello di maturità di un soggetto è misurabile senza scomodare supporti psicometrici o valutativi?

bimbo_30Ragionando con le parole di Jean Piaget, eminente studioso dell’età evolutiva, l’adattamento di un giovane individuo alla vita, avviene grazie alla maturazione neurologica, all’esercizio ed esperienza, uniti alle interazioni e trasmissioni sociali. Questo processo, estremamente delicato, seppur aggiornato agli anni Duemila e ai notevoli cambiamenti avvenuti in adolescenti e giovani, non è possibile riscontrarlo in un essere di 13 anni. E non si vuole qui ragionare neppure sulla volontarietà o meno nel decidere di avere un figlio o nel paventare l’ipotesi di un figlio che si è stati costretti a generare per contrarietà all’aborto (apriremmo un aspetto che si allontanerebbe da variabili squisitamente psicologiche), ma sulla prospettiva futura cui saranno chiamati a render conto questi giovani genitori, davanti alla quale il ruolo dei nonni diverrà non solo fondamentale, ma cruciale.

Sarebbe, in questo senso, estremamente di aiuto per qualsiasi studioso della psicologia, sessualità e società, avvicinare i genitori di questa tredicenne e di questo sedicenne, in un dialogo assolutamente non persecutorio e neppure giudicante, per comprendere a fondo quali meccanismi evolutivi sono stati attivati, affinché l’educazione alla natalità e alla vita è arrivata a portare ad una scelta così radicale. Si potrebbe capire, altresì, quale contributo sono pronti ad offrire ai neogenitori, non meramente economico, ma proprio affettivo, emotivo, supportivo.

In un’epoca nella quale si riscontra sempre più il procrastinare una nascita, o addirittura il rinunciare alla natalità, una coppia come quella tarantina può rappresentare una inversione di tendenza generazionale o è l’ennesima, avvilente accettazione di una cultura che vuole mettere i paraocchi alla necessità di una corretta educazione alla sessualità?

 

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