“…Ma non è un videogame che puoi anche sbagliare e ho voglia di piangere e chiedere aiuto non ho niente da perdere e niente da dare ho paura d'amare”. Recita così una parte del testo del 1993 della canzone di Marco Masini “Paura d’amare”. E’ una canzone che fa riflettere, come fanno riflettere altri tentativi, nella cinematografia o nell’editoria, di descrivere quello che succede quando, davanti ad un sentimento così intenso, affascinante ed anche inspiegabile, ci si blocca nel timore immenso di lasciarsi andare nelle braccia di chi è sempre nei nostri pensieri.
Leggendo ed intepretando i blocchi ed i timori di chi congela il proprio cuore per finire quasi nell’anestesizzarlo, possiamo cominciare col pensare che è logico e consequenziale fuggire di fronte ad un qualcosa che ci ha già messo duramente alla prova, determinando una vera e propria sconfitta affettiva davanti alla quale non possiamo far altro che ‘leccarci le ferite’. Tutti coloro i quali hanno subito una violenza nel cuore o una violenza nel corpo sviluppano, nel tempo, una sorta di ‘corazza’ il cui spessore è commisurato sia al livello di sofferenza provata sia al bagaglio di strumenti in possesso ed il cui utilizzo può aiutare ad elaborare ciò che è accaduto.
Il problema diventa allora comprendere quanto tale corazza impedirà, crescendo, di lasciare spazio per offrire a se stessi nuove opportunità e nuove esperienze di contatto amoroso. E’ assai facile infatti assistere a persone che, ferite nel loro più profondo animo, successivamente antepongono la dimensione del corpo a quella del cuore, illudendosi che attraverso il fisico si mettano in gioco emozioni più profonde. O finanche arrivando al paradosso che il corpo diventa esso stesso amore, ‘vendendo’ a poco prezzo tutta la propria totalità dell’essere. Succede allora che la coazione a ripetere di un sesso fine a se stesso, attiva nuovi meccanismi di rinforzo del pensiero che, se mi offro col corpo, ottengo l’altro o l’altra. In questo delicato ma anche sottile gioco di ruoli, chi ne fa le spese è assai spesso la persona che, avendo precedentemente perso fiducia nei sentimenti, si deve quasi accontentare di relazionarsi nella superficie, sapendo che andare oltre significa riprovare il trauma iniziale o perlomeno attivarne il ricordo.
Paura d’amare significa anche progettualità futura, condivisione di spazi comuni, gestione di una vita di coppia che possa gratificare le esigenze dell’uno e dell’altro partner. In un
mondo sempre più legato alla frenesia, alla fugacità dei rapporti, lavorocentrico, la prospettiva del sentire il proprio cuore ci ha persino fatto sviluppare concetti come “lasciarsi andare alle emozioni”, quasi come se l’emozione fosse un fantasma pericoloso ed aggressivo davanti al quale fuggire.
Si ha paura di tutto ciò che non si conosce, ma quando si arriva ad avere il coraggio di accendere la stanza buia del nostro io, a trovare l’interruttore giusto, l’illuminazione determina lo scoprire magari che ciò che è in noi presente, è presente anche nelle volontà di chi è accanto e desidera allo stesso nostro modo condividere. Avere un pizzico di voglia anche di rinunciare al proprio orgoglio, chiedendo aiuto, può anche aiutare a trovare quell’ ‘interruttore’.
E, come recita, ancora una volta, al termine della sua canzone, Masini: “…Ora basta ora basta con questi lamenti sono grande lo so devo uscire di gabbia noi vogliamo dagli altri e non diamo mai niente ora basta con questi giubbotti di rabbia …No bisogna dire no e non buttarsi via nell'infelicità di una vita a fari spenti, no la verità non c'è rinascere si può”.
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