Figli dopo i 50 anni, Interpretazioni e rischi psicologici

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Lunedì 03 Gennaio 2011 00:00 Scritto da Domenico G. Bozza
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padre_figli_23Avere un figlio oggi rappresenta una svolta nell’organizzazione della propria vita, sia dal punto di vista individuale che di coppia. Negli ultimi anni assistiamo ad una tendenza, sempre più diffusa, a posticipare un evento così intenso e ricco di emozioni. Non ci interessa, in questa sede, affrontare motivazioni di carattere economico o socialmente legate alle difficoltà, avute specie in età giovanile, a trovare un lavoro che permetta di predisporsi, anche psicologicamente, ad avere un figlio. La paura, infatti, di una precarietà, può portare una coppia a procastinare nel tempo una scelta di genitorialità che creerebbe problemi nella quotidiana organizzazione.

Ci interessa, invece, affrontare il delicato, quanto controverso habitus, sempre più adottato, di posticipare ben oltre i 40 anni la decisione di mettere al mondo un figlio. Il fenomeno assume caratteristiche ancora più eclatanti se pensiamo che queste persone non decidono di avere il primo figlio in avanzata età, poiché già in passato è capitato loro di averne uno o più.

Innanzitutto, un figlio generato ad età anche over 50 dovrebbe prevedere, da parte dei genitori, una quantomeno minima riflessione sulla “volontà altruistica” di offrire al nascituro tutte le opportunità di sano sviluppo psichico, abbandonando ogni velleità in merito ad un desiderio, pur inconscio, di affermare il fatto di essere forzatamente giovane o, peggio ancora, non accettare le trasformazioni e l’entrata di una nuova età non tipicamente fatta per procreare. E’ proprio questo il rischio: negare a se stessi il poter vivere altre occasioni di gratificazione nell’età che si ha, anteponendo il proprio egoistico desiderio di sentirsi ancora giovani, banalizzando o addirittura escludendo l’idea che un figlio avuto a 50 anni sarà un giovane che si troverà ad avere un genitore settantenne, evidentemente impossibilitato ad avere il suo ruolo di guida, ma quasi obbligando un figlio ad accudire lui stesso il padre/madre. Non si tratta di riflessioni morali o moralistiche. Andrebbe valutato con coscienza un passo così importante, pensando che ciò che si realizza non è un progetto di una casa, ma di un essere vivente che ha diritti né più, né meno di chi lo crea.

Occorre anche aggiungere, fattore importantissimo, che tutto diviene ancor più esasperato o esasperante, quando questa ‘azzardata’ scelta vien fatta da un vip, ovvero da un personaggio dello spettacolo. Il potere emulativo della persona comune, infatti, può prendere il sopravvento tanto da portare a dire: “Lo ha fatto tizio, quindi lo posso fare anche io”. Socialmente, il rischio è che avere un figlio divenga più un motivo di gossip che un desiderio proveniente dal profondo del proprio essere. Beninteso, ancora una volta qui non si sottolinea il fatto di non dare un supporto al sostentamento del nuovo nato, ma che la strumentalizzazione data dalla notizia, in prima istanza, e la crescita psicologica di un ‘quasi orfano’, in seconda istanza, possano seriamente minare l’infanzia o l’età adolescenziale. Spesso, al clamore iniziale per la notizia, fa seguito un ‘silenzio assordante’ e la stampa, con la sua cronaca rosa, difficilmente pone l’accento sul bimbo di turno, quanto sullo straordinario evento occorso al personaggio di turno.

In conclusione, non è tanto messa in discussione la capacità/volontà dei genitori di donare affetto ed attenzioni, nonostante l’età più che adulta. La speranza di vita si è molto allungata, ma un genitore dovrebbe sempre considerare il fatto che un figlio non è l’oggetto di una moda, ma un essere con il quale correre, ridere, scherzare, accompagnare lungo tutto il percorso di crescita.

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