L’invidia rappresenta oggi uno dei vizi capitali tra i più subdoli, perversi e distruttivi dell’altro e dell’altrui benessere. Questo anche perché, attraverso questo sentimento, insito nell’essere umano, si mira a destabilizzare gli equilibri, ponendo l’accento non sulle risorse che un individuo possiede in sé, ma costruendo la propria condizione a discapito dell’altro. L'invidia è un sentimento sicuramente negativo intimamente legato ad altre emozioni che si possono provare quando ci si confronta con altri individui: l’odio, il rancore, la rabbia. Sarà sempre assai difficile poter interagire con una persona invidiosa poiché la sua attenzione non sarà posta verso gli aspetti propositivi che chi possiede un bene, materiale o caratteriale, può suggerirci. Anzi, attraverso la lenta, sottile eliminazione della credibilità altrui, si potranno ottenere le attenzioni desiderate.
L’invidia, in effetti, è una delle forme di quel vizio,
in parte morale, in parte intellettuale,
che consiste nel non vedere mai le cose in se stesse,
ma soltanto in rapporto ad altre.
(Bertrand Russell, La Conquista della Felicità)
Ma il malessere che scaturisce da una persona invidiosa non è solo deleterio per chi prova questo sentimento. È avvilente anche in colui che, avendo raggiunto determinati risultati, merita siano sottolineati ed evidenziati.
Già Freud aveva delineato alcuni aspetti legati all’invidia quando parlò della cosiddetta “invidia del pene” nella donna, nella sua teoria dello sviluppo della sessualità nell’uomo e nella donna (I 3 saggi sulla teoria sessuale", 1905). Corrispondente all’angoscia di castrazione nell’uomo, secondo il fondatore della Psicoanalisi, questa invidia apparterrebbe a quella fase, orientativamente tra i 3 ed i 6 anni, nella quale avviene il processo che porterà poi la bambina a identificarsi con la figura materna.
Altro elemento da non sottovalutare è che l’invidia in realtà potrebbe anche essere trasformata in pregio se si riuscisse a vivere l’altro non come persona da distruggere ma come persona da osservare, facendo proprie le capacità e riuscendo, infine, a raggiungere un personale traguardo in un qualsiasi aspetto della vita. La cosiddetta “sana competizione” ne è un esempio perché stimola a dare sempre il meglio di sé, non calpestando le velleità altrui.
Oggigiorno abbiamo numerosi esempi dell’invidia, come modalità lacerante e distruttiva della dignità. Assai spesso questa si nasconde dietro l’offesa o l’accusa, magari infondata, il vilipendio teso a screditare perché in realtà, non si possiedono capacità, competenze od opportunità per raggiungere gli stessi traguardi di chi ha successo nelle relazioni. Troviamo esempi in politica, nello spettacolo, ma anche nel mondo del lavoro. Addirittura l’invidia può configurarsi come la base di un tentativo di mobbing, con la precipua finalità di danneggiare e far sfigurare un collega o una collega, agli occhi dei superiori, fino a rovinare totalmente la sua reputazione.
La disintegrazione della dignità umana rappresenta uno dei massimi elementi di esclusione dalla società perché non è eliminazione corporea di un soggetto, ma polverizzazione della sua personalità. L’invidia non è punibile legalmente, ma permette a chi la sa gestire, sfruttare, dirigere, di rovinare stima, prestigio e credibilità del prossimo.
Zuenir Ventura, nel suo “L’invidia. Il mal segreto” (2007), sottolinea quanto questo sentimento sia machiavellico nella sua stessa esternazione. Infatti, pur essendone tutti, nessuno escluso, vittime, in realtà facciamo fatica ad ammettere di provarla con il risultato che molto spesso ce ne rendiamo conto quando ormai è troppo tardi e l’effetto si è palesato.
Esistono infine numerosi testi che rappresentano studi effettuati soprattutto in tema di comunicazione non verbale e, più specificatamente, analisi minuziose della mimica facciale alla ricerca (e scoperta) dei segnali inequivocabili della persona invidiosa. Tra questi citiamo: AA.Vv., What the Face Reveals: Basic and Applied Studies of Spontaneous Expression Using the Facial Action Coding System, Editore Paul Ekman; Erika L. Rosenberg; J.A. Russell, J. M. Fernàndez-Dols (a cura di), The psychology
of facial expression. Cambridge: Cambridge University Press (trad. it. Psicologia delle espressioni facciali. Trento: Centro Studi Erickson, 1998) e Paul Ekman, Emotion revealed, Orion Book, London, 2004.
Un'interessante risorsa online, direttamente legata allo studioso della comunicazione non verbale Paul Ekman, è possibile reperirla qui dove è possibile confrontarsi col riconoscimento di alcune delle emozioni più diffuse del genere umano.
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