Quando parliamo di omosessualità, senza differenziazione tra femminile e maschile, ci riferiamo al desiderio fisico e mentale nei confronti di una persona dello stesso sesso. In questo senso, non possono essere trascurati molteplici aspetti che entrano in gioco quando un individuo sente di voler condividere la propria intimità con un partner che potrebbe scatenare commenti, giudizi, etichettature di vario genere. Ancora la nostra cultura non ci permette di accettare il fatto che quella che oggigiorno viene definita una “forma alternativa di manifestare la propria sessualità” non rappresenta assolutamente un problema per il vivere sociale, ma è piuttosto un ‘conto aperto’ che ciascuno ha nei confronti di una rigidità mentale ad accettare ciò che non rappresenta la norma alla quale tutti debbono attenersi.
Fino a qualche anno fa l’omosessualità era vista come una vera e propria perversione sessuale, da aggiungere alle altre note come il transessualismo, il travestitismo o l’esibizionismo. E, come tutte le perversioni, rappresentava una malattia dalla quale cercare una qualche forma di guarigione. Negli anni, soprattutto la comunità scientifica, ha compreso che questa manifestazione della propria sessualità, non è un atto perverso. Dobbiamo, infatti, ricordare che è perversione tutto ciò che porta nocumento o dolore fisico e psicologico al proprio partner o alla persona con la quale condividiamo i nostri tempi e spazi. Ecco che allora si è preferito arrivare ad una differenziazione sostanziale tra “omosessualità egosintonica” ed “omosessualità egodistonica”. La prima è tipica di quegli individui che vivono la condizione di omosessualità in una forma serena, senza alcun conflitto ed anzi manifestando apertamente le proprie tendenze per nulla curando
si delle dicerie altrui. Nel secondo caso, il vissuto di omosessualità assume un ruolo che va in contrasto col proprio io e la persona vive profondi disagi, fino al punto da preferire una vita sessuale nascosta e privata, temendo forme più o meno violente di emarginazione (fino ad arrivare alle manifestazioni omofobe di cui è tristemente piena la cronaca).
Sono questi i casi in cui è opportuno prevedere l’intervento ed il supporto di uno psicologo che possa aiutare la persona a riconoscere in se stessa potenzialità e soprattutto un’identità che, seppur differente da quella eterosessuale, possa contribuire a vivere con piena soddisfazione rapporti amorosi.
Quando l’omosessuale vive già un rapporto di coppia, il partner può diventare un forte elemento di supporto soprattutto rispetto alle ‘etichette’ che la società applica regolarmente. Diverso discorso si prospetta quando la relazione la si effettua tra omosessuale e famiglia di origine. Nel caso quest’ultima si ponga in un att
eggiamento comunicativo efficace ed accogliente, sicuramente le influenze negative esterne potranno essere gestitecon più semplicità. Come sempre, la componente affettiva e umana è determinante non solo per vivere serenamente, ma anche per costruire un rapporto di coppia fondato su una progettualità futura.
C’è un’ultima battaglia che le coppie omosessuali (e gli omosessuali presi individualmente) debbono ancora vincere. Quella che li ha visti, negli anni, essere individuati come ‘untori’ delle malattie sessualmente trasmesse e, nello specifico, dell’AIDS. Ricordiamo infatti che per tanto tempo ha resistito il concetto di “categoria a rischio”. Oggigiorno, infatti, la presenza della bisessualità e soprattutto dell’eterosessualità, tra le ‘ex’ categorie a rischio conferma agli studiosi e ai ricercatori quanto non si possa più parlare del ‘chi’ ma del ‘come’ un comportamento sessuale possa determinare esiti infausti.
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