La situazione del rapporto numerico tra uomini edonne, quella geografica, lavorativa ma anche quella socioculturale dell’antica Grecia, può spiegare certi costumi sessuali ben documentati accanto alla classica e diffusa eterosessualità.
Ad esempio nella regione di Sparta gli uomini erano 7 volte più delle donne e ciò avrebbe favorito l’omosessualità maschile. Viceversa nelle isole greche come quella di Lesbo le donne restavano per gran parte dell’anno senza i loro uomini impegnati nelle guerre e nei commerci: questo favorì l’omosessualità femminile. Ad Atene, intorno al V secolo avanti Cristo, i due tipi di omosessualità erano frequenti ma quella femminile era vista con disprezzo e come pratica aberrante. L’omosessualità maschile invece veniva considerata espressione non solo di virilità ma anche di superiorità intellettuale rispetto all’uomo comune ed alcune opere di Aristofane e di Platone confermano queste realtà. D’altro canto nell’uomo vero trionfa la ragione sugli istinti e le passioni che dominano invece l’uomo comune. La ragione viene associata al bello ed il bello al vero. A sua volta il vero coincide con il bene. Il vero bello come ideale sarebbe incarnato nella figura dell’Efebo (un giovane che ha appena raggiunto la pubertà) perché racchiude in sé la bellezza maschile e quella femminile. Allora il vero uomo cerca l’efebo e se ne fa, come un maestro, guida di vita. Il maestro corteggiava e introduceva il giovane in società in cambio di favori sessuali. La penetrazione tuttavia era assolutamente bandita in questo tipo di rapporti in quanto considerata rozza e volgare.
Naturalmente l’eterosessualità, ampiamente dominante ed assai rappresentata in opere letterarie come la Lisistrata di Aristofane, trovava spazio in fenomeni come quello della prostituzione sacra.
Anche la pratica in quell’epoca di numerose devianze come la necrofilia, la zoofilia e l’incesto sono ampiamente documentate
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